giovedì, agosto 14, 2008 at 14/08/2008 18:35
Il nascondino è un tradizionale gioco da bambini; lo si gioca in genere all'aperto, in gruppi numerosi.

Da anni continuo a praticare la variante che include un unico giocatore: me stessa. Quando il gioco si fa troppo serio per la mia flebile voglia vera di crescere, chino il capo e corro a rifugiarmi nelle sottane del mio vittimismo. Sono diventata così brava con le parole che riesco persino a far precipitare nel torto chi, invece, ha tutta la ragione di questo mondo. La mia paura di uscire allo scoperto ed urlare a me stessa che sono un'egoista senza speranza mi sta facendo annaspare sempre di più e un giorno finirò per affogare nel mio stesso triste ego. In quel momento non avrò altra scelta che imitare mia madre: riempire le valigie di quegli effetti personali necessari a porre le basi per ripartire da zero e correre via lontano, il più lontano possibile, magari oltre l'orizzonte, dove il cielo è sempre grigio e il vento spira gelido tra le gocce di pioggia che non bagnano. Più mi guardo e più scorgo nel mio riflesso la sagoma della tristezza prendere sempre più contorni netti nelle mie buie occhiaie e nella luce flebile che i miei occhi emanano a stento. Mi aggrappo al bordo della scrivania coi polpastrelli mangiucchiati dal mio implacabile nervosismo e lo sento evaporare al mio tocco, mentre il pavimento scivola via mesto da sotto le piante dei miei piedi, lasciandomi sospesa in una nuvola densa di elettricità e pulviscolo in cui respirare è un sogno fantastico, ma irrealizzabile. Cosa mi manca? Perché questa lotta continua con la vita non porta mai frutti? Eppure ci provo, ci sbatto i denti e mi rialzo, riprendo fiato e tento di nuovo. Perché non riesco mai ad ottenere un briciolo di luce in questa densa oscurità? Semplicemente, mi manca la voglia. Adoro navigare senza rotta in questa atmosfera di autocommiserazione e compassione, tra sospiri e lacrime di coccodrillo.

Poi alzo lo sguardo sulla rosa bianca.
"Questa rosa ha accompagnato Ada nel carro funebre. La rivoglio fra un mese"


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mercoledì, luglio 02, 2008 at 02/07/2008 16:12
Ultimamente non mi capisco e la cosa mi atterrisce ogni giorno di più. E' come se tutta la sfera emotiva che risiedeva in quel punto non ben identificato tra il cuore e lo stomaco sia implosa e dietro di lei abbia lasciato solo un vuoto incolmabile in cui galleggiano le ceneri dei sentimenti che fino a poco tempo fa mi animavano. Non mi sento morta, anzi molto più viva di quanto lo sia stata negli ultimi mesi, eppure c'è qualcosa che non quadra: il quadro clinico non presenta anomalie, ma qualche dato, seppur positivo, nasconde una virgola, un numero infimo che però sconvolge il sistema e che futili analisi non riescono ad individuare perché costruite per andare troppo in superficie, quando invece la falla è molto più sotto. Sebbene mi sforzi di affondare nella carne con le unghie alla ricerca di quel cavo scollegato o difettoso che sia, i miei polpastrelli si perdono dentro di me e ogni tentativo di porre rimedio a questo deficit del sistema risulta costantemente vano. Cosa sarà mai, dunque, a turbarmi ora che finalmente mi sembrava di aver trovato il capo della corda giusta che mi potesse tirare fuori dalla melma? La solita densa nuvoletta nera è tornata ad offuscarmi la vista e non riesco a tenere alto lo sguardo, tanto vi grava il peso dei pensieri che mi affliggono, ora che sbando più che mai nell'incertezza. Ero quasi convinta ormai ad aver trovato quella spalla perfetta ad accogliere la mia guancia, e invece dentro di me comincio ad avvertire l'opposto: se ho con sollievo scorso in lui l'assenza di tali fattezze negative, col tempo ne sto avvistando altre che stanno ricominciando a levarmi il respiro e ho paura di affogare, cosa a cui sono andata vicinissima prima che trovassi appiglio in questa frequentazione che per correttezza non avrei mai dovuto avere. Ed eccomi di nuovo punto a capo, a trivellarmi di domande, di risposte che soffoco sotto il cuscino per paura di quanto potrebbero ferire non tanto me, ma le persone che vanno affezionandosi a me di giorno in giorno, verso le quali, però, non provo nemmeno un decimo di quello che mi danno e tutto questo mi fa sentire una merda. Sto diventando, se non lo sono già diventata, un guscio vuoto in cui le vibrazioni rimbombano in una sequenza dettata dal caos e dalla imprevedibilità senza alcuna speranza che qualsiasi intervento esterno possa cambiare qualcosa. Non riesco più a provare alcuna emozione: ogni sentimento è smorzato, soffocato, sbiadito. Anche la mia pelle, sebbene i miei tentativi di esporla al sole cocente, è rimasta bianca e pallida, quasi non fosse più capace anch'ella di assumere una sfumatura che possa farla apparire viva. La verità è che ho sbagliato nel tuffarmi a capofitto. Necessito di un lunghissimo periodo in cui rimanere sola e lontana dalle pressioni di esseri viventi di sesso differente dal mio: sono troppi e troppo assillanti, sono petulanti, si affezionano in maniera assurda e, sebbene all'inizio sembrino disposti per lasciarti un po' d'aria, fingendo pure di capire la situazione in bilico in cui mi trovo, finiscono tutti per battere l'indice sull'orologio pretendendo risposte, cose fatte, tutto subito, tutto ora. Io non sono così e sto indagando disperatamente in ogni angolo di questo pianeta alla ricerca di quel unico essere raro che sia come me, che abbia voglia di respirare come me, ma questa missione si sta rivelando impossibile. O forse... forse c'è. Uomo, forse ti sto idealizzando troppo. Tutte le energie che dovrei dedicare alle persone che mi vogliono bene, che sono conscie della mia esistenza, sono mirate a te e la tentazione di tuffarmi tra le tue braccia immaginarie non mi lascia scampo e torna a posarsi come un avvoltoio sulla mia spalla, essendo essa l'unica a concedermi un sospiro di sollievo.
I think I'm drowning, asphyxiated.


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mercoledì, giugno 18, 2008 at 18/06/2008 11:32
Ieri mattina ho aperto gli occhi con in testa lo stesso pensiero che mi ronza puntuale dietro le tempie da un po' più di duecento giorni a questa parte: "Manca troppo tempo, troppo troppo troppo". Qualche settimana fa, forse un mese addietro, forse più, ho perso la speranza di guardare mesta il calendario per contare i giorni che mi separano ancora dal ritorno in quella che sono abituata ormai a chiamare patria. Invece questa mattina mi sono alzata con un energia diversa, forse per via del risultato inaspettato della partita di ieri, forse perché per tre settimane sarò libera dal peso opprimente della sua influenza, ma non starò ad indagare le cause di un così insolito buon umore, ora che posso preferisco godermelo. Quel che è certo è che oggi mi sento diversa, come consapevole del tempo che ho a disposizione quest'estate per godermi questo respiro lunghissimo, e, senza volerlo, i miei occhi sono caduti sul foglio A4 appeso vicino al mio letto, proprio sopra il punto del muro che fisso prima di addormentarmi, e nella penombra della mia stanza due cifre sono lampeggiate come illuminate da una luce divina e il cuore è partito in una corsa folle, spinto da quel unico pensiero che accende in me la voglia di aprire gli occhi: si parte, tra poco più di un mese si parte. Fa impressione ripensare al lontano giorno in cui ho iniziato a spuntare i giorni rimanenti, allora composti da ben tre cifre. Mancavano duecentocinquantasei giorni quando ho appeso quel foglio colorato e colmo di numeri, la cui maggior parte è stata seppellita dal segno marcato della mia biro blu. Solo un mese e dieci giorni, e poi il mio cuore smetterà di balzare voglioso di vivere senza alcun preavviso in un aritmie fastidiose, ricominciando così a seguire un battito regolare e sereno. Ho voglia di ridere, di alzarmi alle 7 del mattino col sorriso negli occhi, di percorrere la mattina quelle viuzzole ancora bagnate dall'umidità notturna, di buttarmi su quei prati verdi e perfetti riscaldati da un tenero sole delle tre del pomeriggio, di camminare scalza da un locale all'altro alle tre del mattino con le decolleté in mano. E poi ridere, ridere spensierata, ridere col cuore gonfio esclusivamente di gioia, ridere per la birra, ridere per i drink, ridere per la canzone che ascoltavo da piccola e che ora sparano a tutto volume nel disco pub, ridere per l'emo carino del negozio, ridere per un paio di corna da diavola per la serata, ridere di gusto.
" nothing but the local dj. he said he had some songs to play, what went down from this fooling around,  gave hope and a brand new day"


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venerdì, giugno 13, 2008 at 13/06/2008 13:50
E io che credevo che quest'estate sarebbe andata meglio. Già me la prefiguravo all'insegna del divertimento e della spensieratezza e già assoporavo l'esonero da ogni tensione, nervosismo, ansia, preoccupazione. Invece, a quasi una settimana dal via alle danze, sono precipitata di nuovo in quella macabra tempesta di litigi, telefoni che squillano, urla che traforano il mio timpano destro e pianti. Odio le improvvisate, odio le sorprese. Odio non poter organizzare ogni minimo dettaglio di questa rete di piccole bugie e scappatelle, perché da essa dipendono tante cose, tra cui ciò a cui tengo più di me stessa: il mio futuro. Vivo nell'ansia che tutto venga smascherato da un momento all'altro, anche se la verità è evidente a tutti, ma nessuno ne parla. Passo le giornate divisa tra piccoli istanti di gioia che posso solo celare nel più profondo del mio cuore e infiniti momenti di tachicardia ansiosa. Perché, allora, pretendere che io sollevi monti e mari per correre ove Mr Ansiolin pretende che io mi faccia trovare, senza dirmi con un dovuto anticipo che si farà trovare lì? Sa meglio di me in che condizione sto, eppure continua a fingere che tutto sia normale e che possiamo vederci allegramente e senza pensieri come una volta. Perché non si rende conto che ogni volta che mi faccio trovare in quel angolo nascosto metto in gioco molto più che l'uscita serale di un sabato? Lui non è dalla parte del pericolo. Se veniamo scovati, rischia solo di non vedermi più. Quella che può perderci molto di più sono io, ma lui ancora non se ne rende conto. Vive sospeso sulla sua nube di lamentele, di nervosismi inutili e di insulti se una volta non rispondo al telefono e non vi scende mai per vedere quanto è difficile per me vedere come al solito gli altri godersi la vita e io stare a rodermi il fegato dietro alle sue collere stupide. Ho perso l'infanzia stando attaccata con l'orecchio al muro della mia camera per ascoltare i litigi dei miei nella stanza a fianco. Ora sto buttando al vento anche quest'adolescenza dietro a qualcuno che non sopporto più. Perché per una benedettissima volta non perdo la pazienza e mando a cagare tutto? La mia bontà si sta trasformando in ingenuità.


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domenica, giugno 01, 2008 at 01/06/2008 18:58
Purtroppo quando il mio cuore vuole parlare,
non c'è mano che riesca a chiudergli la bocca.

Subject: La solita e-mail...
Date: Sun, 1 Jun 2008 19:48:08 +0200


«Forse avrei dovuto attendere un momento più propizio per inviarti il seguente messaggio. Purtroppo, però, quando il cuore mi batte così forte in petto, non c'è altro modo per placarne la corsa impazzita che sfogarne l'apprensione e tradurla a parole. Ci sono infatti altri sintomi che accompagnano questo battito folle: i sospiri dolorosi, lo sguardo perso, quella strana tensione nei dintorni dello stomaco, una distrazione perenne e invincibile. La mente si ferma, i neuroni aprono gli ombrelloni e si stendono a prendere il sole, i pensieri si spalmano indifferenti la crema abbronzante. Tutto ciò si riflette in una tempesta emotiva che mi rende difficile, per non dire impossibile, il sonno e ogni tentativo di concentrarmi su qualsiasi cosa. "Ho perso le parole. Eppure ce le avevo qua un attimo fa..." E' proprio così. Io, che tendenzialmente ho sempre la risposta pronta sulla punta della lingua, ho perso ogni facoltà espressiva e l'unico mezzo che mi rimane per manifestare al mondo come mi sento è questa sorta di apatia nervosa, un ossimoro che mi caratterizza da qualche settimana a questa parte. Questa per me è una sensazione nuova e non so spiegarmela. Tante volte nella mia vita mi sono ritrovata ad affrontare situazioni difficili che mi levavano il respiro, tanta era l'ansia che mi provocavano (e sai che sono facilmente condizionabile in questo senso, l'hai ammesso anche te), ma mai come ora mi sono sentita così presa e turbata. Non riesco ad alzarmi dal letto, se non per soddisfare i miei bisogni primari, e spesso preferisco lasciarmi cadere tra le braccia dei ricordi e delle immaginazioni piuttosto che stringere i denti e prodigarmi ampiamente nel autoespormi tutte le mie pene e le mie angosce, e questa è una novità non di certo trascurabile. Mi tormento con interrogativi su interrogativi alla ricerca di una spiegazione a questa sensazione assurda che mi rende difficile un gesto così spontaneo quale è il respiro e cerco in tutti i modi di evitare la più evidente, la più ovvia, tendente come sono al nascondere a me stessa la verità, come sono avvezza a fare da sempre a cercare di fuggire il dolore. Sì, perché questa condizione mi fa penare e la sofferenza non è esigua. Vorrei avere la voglia che avevo una volta di prendere in mano quel poco della mia vita che mi è concesso di regolare e farne quel che desidero ora, ma le vicende che si sono susseguite negli ultimi mesi mi hanno privata di ogni volontà e solo ora, solo quel venerdì sera ho cominciato a risentirne la presenza in me. Ciò di cui ho bisogno ora è risvegliarla e rinvigorirla per poi farla di nuovo mia e farne ampio uso. Quel che ho sempre odiato da quando ero bambina è l'impossibilità di gestire appieno la mia vita perché è sempre stato il dovere di coloro che mi hanno messa a questo triste mondo. Ora che il momento della consegna dello scettro si avvicina, ora che sono più consapevole di me stessa, avverto di nuovo la voglia di cambiare le carte in tavola bruciare molto più di quanto abbia fatto nel corso di quest'anno ed è tutto merito tuo. Mi hai destata da un letargo angosciante dal quale mi sembrava impossibile evadere e non riesco a trovare parole degne ad esprimere tutta la gratitudine che provo nei tuoi confronti. "You could be my unintended, choice to live my life extended..."  Cerca il prosieguo di questa canzone.
Ora ti lascio andare. Scusami per averti trattenuto nella lettura di questa lunga e contorta e-mail, ma, sai come sono fatta, sono molto timida, ma anche molto tempestiva e impetuosa quando mi ci metto, e ,se avverto il bisogno di confessare qualcosa, non c'è timore che mi trattenga. Ho paura dell'imprevedibilità della vita e opto sempre per il rendere subito manifesti i miei sentimenti senza esitazione alcuna e con molta noncuranza delle conseguenze o della stoltezza di cui potrei venire accusata nell'ammettere quel che provo.
E' che ti amo, ecco...»


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mercoledì, maggio 14, 2008 at 14/05/2008 17:55
Quando fisso truce il mio riflesso nello specchio mi balena agli occhi la realtà delle cose: sono estremamente triste. Le occhiaie sono così scure che quasi brillano contro il pallore del mio viso e gli occhi sono gonfi di una stanchezza che diventa di giorno in giorno sempre più pesante. Non riesco più ad introdurre nel mio esofago qualcosa che non sia un cracker o una pinta di birra e la fame diventa sempre più un ricordo lontano di tempi migliori. Non è questione di volontà: è semplice autodistruzione. Il mio corpo risente di come gli eventi si stiano susseguendo in una concatenazione disordinata, confusa e, soprattutto, ingiusta e, non potendo contrastarla, si lascia andare senza tanto sforzo. Sì, ingiusta: la cosa più bella che potesse capitarmi è avvenuta ora che non posso. Dopo anni di batticuore, di occhiate lanciate furtivamente al suo profilo durante le lezioni, di lacrime nel cuore, di negazioni dolorose, qualcosa tra noi è esploso ed è così manifesto agli occhi di tutti che mi chiedo come lui,l'altro possa esserne ancora all'oscuro. Perlomeno, entro le mura della mia classe tutti sanno, ma nessuno parla. E io e lui cominciamo a scoprirci pezzo dopo pezzo, debolezza dopo debolezza, bacio dopo bacio, con una voglia ardente di recuperare questi tre anni passati a tentennare sulle punte dei nostri piedi, chiedendoci se era il caso, se era vero, se valeva la pena, e poi ancora di farci nostri, di provarci, di sentirci vivi nelle mani dell'altro. Tutto questo suscita in me uno struggimento che potrebbe farmi apparire agli occhi degli altri malinconica e distratta, quando dentro di me la gioia sta gonfiando i polmoni, dando loro vita nuova, e, a mo' di catarsi, mi sta depurando dalle scorie torbide che mi infettavano da mesi. E l'altro? Non chiedetemelo. Sono in corso le pulizie di primavera.


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Endless
« Memories, please don't fade. »
Con il passare del tempo gli ingranaggi hanno perso vigore e la superficie degli stessi viene sempre di più attaccata da una coltre di ruggine che altera il loro luccichio originario. Lo strato di polvere si inspessisce, essi iniziano a scricchiolare. Nel monotono ordine quotidiano qualcosa inizia a venire meno: è tempo per me di ritornare a quella che sono sempre stata e di riprendere in mano la mia esistenza. Non sarò poi così grande come amo spacciarmi di essere, ma mi piace pensare di aver iniziato a capire intorno a cosa ruota il mondo e quali sono le malattie che lo affliggono. La mia pelle è sottile e spesso troppe volte lascia trasparire le nebulose che si agitano dentro di me. Vorrei sapermi nascondere meglio, ma credo che non sia ancora giunto il momento: un paio di anni e tutto sarà come desidero.
Utility
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